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Il Pollino

L'estate é nel suo massimo fulgore, qui nella valle del Lao. Il verde, cupo dei boschi o brillante e lucido dei prati, é il colore che domina, appena “inquinato” dalle tinte straordinarie della fioritura e dalle macchie bianco grigie dei paesi. Quando i primi raggi dell'alba penetrano attraverso gli innumerevoli rami intrecciati e i rampicanti che si abbarbicano agli alberi, dondolandosi da una cima all'altra delle piante, lasciano filtrare fili sottilissimi di luce solare, mi trovo immerso nelle limpide, fresche evorticose acque del fiume Lao. Un corso d'acqua lungo circa 64 Km, denominato Mercure nel tratto iniziale, le cui pareti a tratti così alte e così tanto ravvicinate rendono difficile la penetrazione della stessa luce, determinando un'atmosfera rarefatta e di estremo incanto. E' da Laino Borgo che discendo comeun'amazzone il corso d'acqua, a piedi, a nuoto, trascinato dalla corrente. Un gommone discenderà più tardi, con la mia compagna, il nostro piccolo BuddhaMichelle-Li, quest'anno di 8 anni, e Lia e Asia, due amiche di Papasidero.

 

 

In alto, comese volesse toccare il cielo, l'antico borgo completamente abbandonato di LainoCastello, in posizione dominante sulla valle del Lao, annuncia l'ingresso e l'inizio delle gole. E' il mese di luglio, l'acqua discretamente bassa e non molto fredda, permettedi filtrare senza troppi rischi e difficoltà, nellafisiologia del fiume. Sono solo, insieme all'anima del paesaggio, al borbottiodell'acqua, all'ocra della roccia, ai raggi del sole, dove a tratti cadono come fossero scintille, alla fauna seminascosta, al profumo della flora.

Nelle ore più accese, dopo circa 6 ore d'acqua, proprio nel punto in cui il Lao esce dalle gole e si addentra, placido, nella foresta, la deliziosa chiesa di S. Maria di Costantinopoli, risalente al medioevo, colata per volere Divino a strapiombo sulle pareti del fiume, annuncia l'arrivo a Papasidero, l'antica Scidro.

Isuoi vicoli, le sue strette viuzze, i terrazzini scintillanti di gerani, fiori ed erbe aromatiche collocati anche in vecchie brocche, in scatole di conserva, in bicchieri e tazze rotte. Un mondo a ritroso nel tempo con i suoi odoriantichi che si vorrebbe custodire gelosamente, tenere la sua aura lontana da occhi indiscreti e invadenti.

Diceva Marcel Proust, “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi”, e i miei sono qui, scintillanti e semplici in ogni angolo. Il cielo si è fatto scuro, passando rapidamente attraverso ogni sfumatura di blu, arancione e violetto quando ci incamminiamo verso la nostra dimora, una piccola vissuta tendacanadese anni 70, tutta verde e arancione, tutta figlia dei fiori, campeggiata ai piedi del vecchio castello e mentre la legna appena accesa crea bizzarre forme nel buio, il silenzio notturno viene rotto dall'intervallatoripetersi del verso del gufo.

A pochi Km da Papasidero si trova un'ampia cavernaservita certamente da riparo a qualche comunità preistorica. La caratteristica cherende straordinario questo luogo è la raffigurazione su una lastra di roccia di un Uro, Bos Primigenus, antenato degli attuali bovini.

La sagoma del toro incisa profondamente in un masso calcareo lascia stupefatti per la precisione ne e il dettaglio del disegno, di dimensioni superiore a 120 cm. Poco distanti sono visibili scheletri umani, composti a coppie e sepolti abbracciati. Sono i primi vaggiti fra queste montagne, a quel tempo estremamente selvagge e cariche dienergia. Il percorso continua piacevolmente, attraverso un paesaggio pastorale di lucenti-erbe e ruscelli, di villaggi dove le case precipitano come una cascata lungo i fianchi delle colline. Al piano di Acquafredda, che divide Serra Dolcedorme dalla Serra delle Ciavole, si attraversa un tratto di bosco abitato da strane figure contorte che a tratti paiono volere sbarrare il cammino all'escursionista, avviluppandolo come serpenti nelle loro verdi spire. Queste apparentemente strane creature vegetali sono in realtà dei faggi, che una natura in vena di scherzi ha modellato in modo bizzarro, rendendoli simili a grandi rettili. Si rimane impressionati della superba bellezza degli enormi tronchi, dai grandi rami a ventaglio che si uniscono, in alto, per formare un'unica ininterrotta volta di estrema suggestione. Tra un alternarsi di vallate, dirupi, forre rocciose, fitti boschi e dolci distese di pascoli d'alta quota, chiese rurali ed eremi, cerimonie e minoranze etniche arriviamo al Santuario della Madonna del Pollino a 1537 m s.l.m. appollaiato sull'orlo di un pianoro strapiombante dal quale si domina tutta la vallata del torrente Frido. Oggi c'è un grande pic-nic in onore della vergine. Le auto e i fuoristrada hanno preso il posto degli asini e dei muli. L'antica magia della festa, riappare all'improvviso nei balli al suono di fisarmoniche e zampogne. La tradizionale festività è un richiamo per tutta la gente del Pollino; per 3 giorni i pellegrini vivono intorno al Santuario creando un villaggio fatto di tende e baracche di frasche. Si macellano ovini e si accendono fuochi intorno ai quali si anima la festa con danze e canti tradizionali. C'è chi balla una vecchia danza locale, la pecorara, una sobria tarantella in cui l'uomo volteggia con atteggiamenti fauneschi di invito e schioccar di dita, mentre la donna sfugge all'invito con gli occhi bassi. 

La festa si svolge tra il primo giovedi, venerdi e sabato del mese di luglio. Oggi la chiesa è affollata fino all'inverosimile. Un elemento che colpisce la festa è la vivacità di alcuni costumi indossati dalle ragazze provenienti dai villaggi albanesi che circondano questi monti. Nei loro variopinti abbiglia menti color cioccolata e bianco, verde smeraldo e oro e smagliante violetto, queste ragazze si aggirano sul prato come viventi fiori tropicali.

 Spiccano per aristocratica eleganza alcune donne albanesi di Civita, in abiti di seta nera a pieghe, bordati con discrezione di oro e trina bianca, con vaste scollature. Vorrei tutto questo non finisse mai. In alto nel cielo, come se volesse essere presente alla scena, un rapace è sospeso nell'aria fermo con le ali aperte nella caratteristica posizione dello Spirito Santo. Per una volta all'anno questa cappella di montagna viene bruscamente strappata al suo riposo da una turbolenta agitazione, poi ricadrà in un tranquillo oblio, un tempio solitario, mentre l'autunno tingerà d'oro i faggi. Oggi gli Dei dell'Olimpo sono indisposti; un primo segnale ci viene dato quando arriviamo ai piani di Gaudolino, sotto la mole possente del Pollino. Il cielo si ammanta di fittissima nebbia e un leggero vento comincia a soffiare.

Voglio arrivare in cima alla Dolcedorme con i suoi 2266 metri, baciare il cielo e godermi la bellezza dei pini loricati, prima che scompaiono dalla faccia della terra. I miei compagni di viaggio decidono di rimanere giù presso la baracca di un pastore. Come un antico greco, protetto da Numi favorevoli speranzoso mi incammino verso le magiche architetture rocciose dove svettano poderosi, disegnati dal vento, i Pini Loricati, dalla chioma a bandiera. Artigliati con le radici sulle roccie intorno ai 2000 metri di quota, dove nessuna pianta, neanche cespugliosa, cresce per mancanza di Humus, questi esemplari arborei sono grandiosi. Ciò che si prova al cospetto di simili creature, non è facile tradurlo in parola.

La bellezza ed austerità delle forme conservate anche negli esemplari colpiti dal fulmine e calcinati nella morte rendono questi alberi simili a dei vecchi saggi della montagna, a dei Guru indiani. Sono a oltre 2000 metri e la cima del Pollino è a pochi passi, quando gli Deidell'Olimpo mi schiantano a terra.

Un vento freddo soffia oltre i 100 km e una nebbia cosi fitta mi permette di vedere a stento la mia mano. Sono messo in ginocchio dalla natura, costretto a stare supino sulla roccia per più di un'ora. Incomincia anche a piovere, l'unica mia fortuna è di avere un asciugamano dove mi avvolgo come un pellegrino per il forte freddo.

Sono momenti che rallegrano la mia anima, perché amo la natura quando si manifesta anche nella sua forma ribelle. La cima del Dolcedorme rimane un miraggio. Disorientato per mia fortuna riesco ad imboccare la strada giusta per ridiscendere. Questa scena rimarrà sempre viva nella mia memoria. E' dalla cima della Montea, la vetta dell'Orsomarso, che vogliamo goderci il sole, prima di rientrare a casa, questa volta senza la furia degli Dei.

Oggi quest'angolo del Pollino è terribilmente silenzioso il sole perso in un cielo azzurro cobalto che pare non avere fine corre oltre il limite verde dei boschi, confondendosi nell'orizzonte con l'altro blu liquido del mare. Le montagne si rivelano catena dopo catena mentre le creste disegnate le une contro le altre in morbide gradazioni di malva e di verde. Guardando il mondo da quassù diventa difficile immaginare la quotidianità delle persone che, duemila metri più in basso, si affannano nella torrida calura dell'estate.

Francesco Bellisario

Tratto da "Avventure nel Mondo"

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